Tre mesi all’Ospedale di Turalei, un’esperienza di crescita umana e professionale 

Lettera di Jasmina Micari, giovane medico specialista in chirurgia generale, vincitrice della borsa di studio realizzata in collaborazione con l’Accademia di Medicina di Torino

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A Turalei non c'è spazio per le super-specialità e il medico è chiamato a essere quell'unità completa che risponde al triplice imperativo del “sapere, saper fare e saper essere”.

Ma cosa si porta realmente nel bagaglio un giovane chirurgo in partenza per il Sud Sudan?

Nel mio bagaglio ho sistemato tutta la mia curiosità medica, una buona dose di aspettative, l'esperienza degli studi, la voglia di misurarsi con una realtà diversa e un pizzico di arroganza che, forse, è parte naturale della forma mentis di un chirurgo. Sorprendentemente, riaperte le cerniere a Turalei, ho trovato anche un pacchetto di angosce e di domande in attesa di risposte. “Sarò all'altezza?”, “dovrei essere io a insegnare e invece son qui a imparare”, ”non riesco neppure a vedere una vena”, “dove sono gli esami di laboratorio?, una radiografia non è disponibile?”, “ma che cosa sta succedendo a questo paziente?, cos'è questa malattia?”. 
L'aspetto più incredibile di questa esperienza è che non si ha il tempo di formulare una domanda ed ecco che la risposta viene sempre da sé. Ed è pressappoco sempre la stessa: “cerca di fare una  diagnosi con ciò che hai, tratta ciò che puoi”. Quando accetti questo status come un dato di fatto, scopri che molti interrogativi sono realtà il frutto di angosce e preconcetti. Così si aprono i cassetti degli studi che hai fatto, dei corsi, di ciò che la mente ha pazientemente immagazzinato negli anni quasi a tua stessa insaputa. Smetti di avere paura e cominci veramente a fare il medico. Smetti di chiuderti nella piccola realtà della specialità che hai scelto e apprezzi il sano bisogno di chiedere aiuto. Cominci a interagire in modo sinergico con chi ti sta intorno, ti incuriosisci per la conoscenza di un giovane aiuto infermiere e ricerchi le soluzioni che provengono dalle diverse esperienze di chi lavora con te. Capisci che puoi e devi rianimare un bambino in arresto respiratorio e che sai affrontare un cesareo in urgenza. Incannuli una vena che non vedi ma palpi e affronti la scelta del non trattamento in una situazione terminale.
Il sorriso e il ringraziamento di chi ti sta intorno  restituiscono un sonno sereno e, persino nei fallimenti, capisci quanto sia stato fondamentale l'averci provato: per se stessi, per chi lavora insieme a te, ma soprattutto per coloro che ti hanno chiesto aiuto. Credo che questo sia l'elemento più importante della mia esperienza in Sud Sudan.