Settimana mondana, in quel di Ikonda

Il nostro angoletto di Africa è stato teatro di non pochi eventi

5 giugno 2017

di Barbara Greppi


Ho invitato a cena fuori Nzoa (il “mio” dottore), Ilomo (il medico del Reparto Donne), Houston (il responsabile del laboratorio) e Otomali (il mago locale delle telecomunicazioni), oltre al trio di medici italiani (il mio tutor e due chirurghi pediatrici) a Ikonda in questo periodo. Abbiamo optato per il ristorante creato dall’instancabile Padre Sandro, gestito dalle stesse cuoche che si alternano nella nostra mensa; il ristorante è nel piazzale subito prima della cinta ospedaliera, di fronte alla Nuru House (Casa della Luce), il dormitorio delle donne in attesa di travaglio. Menu tanzaniano: camdé (zuppa di fagioli e mais), cucu (pollo), samosas (sfoglia fritta ripiena di un pasticcio di carne e verdure), riso pilau (spezia tra lo zenzero e la curcuma), mcicia (la mia passione, una via di mezzo tra spinaci e cicoria, molto gustosa), popcorn e patate fritte (!). Bevande: birra, immancabili Fanta e coca, e Tangawiri, una specie di Sprite di zenzero (senza zucchero, sarebbe anche buona). Cena allegrissima, durante la quale Houston ci conferma il gossip della settimana: si sposa… l’indomani!

Ed eccoci quindi alla seconda mondanità, il matrimonio di Houston… Sposa in bianco, lui con una specie di smoking champagne-rosa, damigelle in fucsia e nero, fiocchi dappertutto: all’insegna della sobrietà! Scopro intanto da Manuela che hanno già un figlio. Qui, è una prassi abituale: non c’è cattolicesimo che tenga, prima di unirsi nel sacro vincolo si verifica la fertilità della coppia. Scopro anche che le donne che riescono a studiare e a conquistare un lavoro qualificato (per esempio, le infermiere) stanno cominciando a ribellarsi. Rifiutano di sposarsi, fanno figli e se li crescono da sole, non vogliono uomini a spillare loro soldi e magari riempirle di botte. Mi sfugge un inopportuno “brave!” (l’emancipazione femminile, ne sono sempre più convinta, è l’unico possibile motore verso un mondo meno ingiusto), che mi vale la convergenza di molteplici occhiatacce (Padre Tesha e Padre Zubia in primis, ma non solo).

Ma torniamo al nostro ospedale. Il lavoro è stato al solito tanto, siamo saltellati tra malarie e polmoniti, tubercolosi, vari tumori talmente avanzati che se ne intravedono le masse a occhio nudo, non serve nemmeno palpare, parecchie anemie gravi (3-4 di emoglobina, noi non alzeremmo nemmeno una palpebra, questi arrivano sulle loro gambe dopo le solite vie crucis e ti dicono anche che stanno “benino”) per i motivi più vari, la solita infinita processione di AIDS… E non vi parlo delle ulcere “cutanee” (la virgoletta si impone, la cute è un lontanissimo ricordo, l’infiammazione si è spolpata cute, sottocute, muscoli) croniche, perché non ho parole adatte a rappresentarle e il rispetto mi impedisce di fotografarle.

Un caso che mi ha colpito immensamente: un bellissimo signore sui 60 anni, con due occhi luminosi e intelligenti che capirsi era facilissimo, ci ha portato l’anziano padre, stessi occhi brillanti in una specie di vecchio albero nodoso e rinsecchito. Due settimane prima, il vecchio aveva iniziato a riparare il tetto di casa, finendo però schiacciato sotto un mucchio di mattoni. Si era rialzato, ma aveva smesso di mangiare. Per forza: il peso dei mattoni gli ha rotto tre costole. Purtroppo, hanno aspettato troppo, cercare di riespandere il polmone diventa proibitivo; spieghiamo che possiamo solo trattarlo sintomaticamente, sperando che il suo organismo trovi un compromesso compatibile con la vita.

Accettano di provare, eccoli lì, il figlio ritto in piedi a fianco del letto con il padre, un mucchietto d’ossa contorte che a mala pena sollevano le lenzuola. Uno, due, tre giorni, sempre gentile e attento il figlio, invariato il padre. Al quarto giorno, il figlio ci prega di lasciarli andare; non chiede e non vuole spiegazioni, sa che suo padre deve tornare a casa a morirsene in pace. Ce lo chiede, sempre dritto come un fuso, con gli occhi tristi e ansiosi, chiaramente colto dalla paura che in qualche modo gli si possa negare la dimissione (e magari, altrove è così: più dura il ricovero, più l’ospedale guadagna). Si illuminaquando gli diciamo “certo” e gli diamo quel poco che possiamo per alleviare le sofferenze del viaggio e dell’inevitabile agonia che lo aspetta, ci ringrazia come se avessimo compiuto un qualche strano miracolo… A proposito di miracoli, uno è avvenuto davvero: vi ricordate il giovane inviato dal Signore per sconfiggere l’AIDS? Beh, con un aiutino farmacologico, si è convinto di avere una nuova missione divina: sposare una bella ragazza e procreare un esercito di agguerriti combattenti del virus.