Piccole storie africane continuano - Joswa

Gulu, dicembre 2018

Non sono abituata alla pioggia di Dicembre perché solitamente è già iniziata la stagione secca e il caldo pomeridiano. E’ comunque piacevole perché, la vegetazione ha ancora un verde lucido e brillante ed è bello percorrere strade e sentieri senza essere ricoperti dalla polvere rossa alzata da Oro il vento del deserto. A volte, al mattino è presente una nebbia sottile che crea suggestioni padane in questo contesto sub equatoriale mischiando i due mondi in un unicum affascinante. Arrivare al St.Jude a piedi è quindi sempre una esperienza multisensoriale e conoscitiva rispetto al modo di vivere il quotidiano della gente  comprendendo le loro abitudini e la loro cultura.

Oggi il cielo è grigio e nuvoloso e le strade e i sentieri che, ormai conosco come quelli delle mie colline, sono stranamente deserti e silenziosi. Di solito sono pieni di donne che si spostano velocemente con fagotti in testa, di uomini in boda-boda, di bambini grandi e piccolini con taniche piene d’acqua. Tutti salutano e spesso, dalle capanne, arrivano voci di richiamo per chiedere caramelle. Insomma una vita piena di voci e di colori.

Alla clinica del St.Jude c’è già gente in attesa del mio arrivo ma le infermiere appaiono stanche e i bambini che devono effettuare i trattamenti riabilitativi non sono ancora arrivati. Beatrix, la fisioterapista ci spiega che quando le mattine sono fresche e nuvolose la gente dorme perché non può andare nei campi a lavorare e anche i bambini stanno nelle capanne per non prendere freddo.

Cominciamo comunque le visite con ritmi calmi e rallentati, “mot, mot”, come si dice qui, piano, piano. Anch’io e Federica, la mia giovane collega, ci adeguiamo rispettando i loro tempi.

Poi entra Joswa con il suo papà e allora c’è una sorta di risveglio collettivo.

E’ la prima volta che viene da noi e ha bisogno di aiuto. Tiene in braccio con dolcezza il suo bambino come un oggetto fragile e delicato. Si siede davanti a noi e racconta la sua storia.

Joswa ha 5 anni, è nato prematuro ed ha avuto un sepsi neonatale che gli ha provocato un grave danno neurologico  con paralisi cerebrale infantile e epilessia. Ha cercato di curarlo il meglio possibile ma spesso i farmaci non sono disponibili e anche la fisioterapia viene effettuata irregolarmente. Ha anche un altro bimbo più piccolo e né lui né sua moglie hanno un lavoro. Solo qualche volta fa il muratore ma il guadagno è minimo e spesso non hanno niente da mangiare. Parla un inglese fluido perché ha fatto le scuole superiori ma poi non ha potuto terminare la sua formazione per la mancanza di soldi.

Ha un atteggiamento molto dignitoso e anche Joswa è vestito in modo accurato. Entrambi sono molto magri con il viso scarno e allungato.

Mi mostra tutta la documentazione clinica ed io sono piacevolmente sorpresa perché di solito viene persa o casualmente bruciata,

Joswa intanto, si è assopito in braccio al papà e cerchiamo di risvegliarlo dolcemente per visitarlo.  Lo prendo in braccio e mi accorgo che, pur essendo lungo, è leggero come una piuma. Lo pesiamo e la bilancia segna 7 kg, riproviamo ma purtroppo il peso resta uguale.

Lo sdraiamo sul lettino spogliandolo e il suo corpo è scheletrico, rugoso, disidratato. Il corpo di un bimbo malnutrito, un corpo inguardabile perché ci fa sentire in colpa. Anche il suo sguardo è triste e rassegnato, gli occhi a tratti socchiusi sembrano enormi rispetto al viso.

La circonferenza del suo braccio misurata con il braccialetto colorato dell’Unicef, utilizzato nei paesi a basso reddito, è appena 11 cm ed è indice di una grave malnutrizione.  

Cosa fare?. Decidiamo di ricoverarlo per qualche giorno al Lacor e poi di proseguire le cure e la riabilitazione al St.Jude. Stella, l’infermiera li accompagnerà in ospedale e li seguirà durante il ricovero. Il papà ci ringrazia commosso.  Noi, anche se un po’ tristi, ci sentiamo bene.

Maresa Perenchio


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Il piccolo Joswa in braccio al papà.