Sud Sudan, ospedale di Turalei. Ora che c'è la guerra dobbiamo essere ancora più vicini alla popolazione

Il racconto di Cristiana Lo Nigro

All'inizio di dicembre a chi mi chiedesse come fosse la situazione quest'anno in Sud Sudan, dal quale ero appena rientrata, rispondevo con molto entusiasmo che era tranquilla e che si cominciavano a vedere i segni della pace e della stabilità politica, soprattutto a Juba: strade, internet, costruzioni permanenti con una loro razionalità (tutto rigorosamente cinese). A fine dicembre,invece, sono iniziati gli scontri tra le forze governative fedeli al presidente Silva Kiir e i ribelli dell'ex vice-presidente Riek Machar. Petrolio e potere, le vere cause del conflitto, mascherate da lotta etnica tra due differenti gruppi: i Dinka, cristiani, e i Nuer, musulmani.
Ancora una volta si prospettano problematiche molto serie in un'escalation di violenze tra l'Upper Nile e i Monti Nuba: a Turalei, nei momenti di crisi massima, sono arrivate notizie di 600 sfollati e rifugiati interni (IDP). L'ospedale di Turalei è in effetti il primo ospedale accessibile.
Il ricordo a questo punto appare più nitido nella mia mente e le immagini delle tre settimane di missione ed impegno in quei luoghi con Peter, Marcello, Alessandro e Mirco occupano totalmente i miei pensieri.

Per questo ritengo importante sottolineare ed elencare agli amici e sostenitori del CCM le novità più importanti, relative alla mia missione: è partito il progetto TB, ed il laboratorio per la diagnosi della tubercolosi ha raddoppiato i suoi spazi.

Il Medical Officer sudanese Isaac lavora come sempre a pieno ritmo, ed i due ragazzi sudanesi che gestiscono il laboratorio sono subissati da continue richieste di analisi delle feci alla ricerca di parassiti, test della goccia spessa e test rapido per la malaria, test per la sifilide e test di agglutinazione per Brucella e Salmonella, dosaggio dell'emoglobina. Lavoriamo oltre dieci ore al giorno senza sosta, felici di essere da supporto anche alla missione chirurgica in corso.
Solo la sera, a cena, rimane il tempo per confrontarsi in un clima sereno e collaborativo.
I problemi sono comunque presenti: la mancanza di farmaci e reagenti è cronica, con le solite difficoltà di una logistica gestita a singhiozzo da Juba e Nairobi; il magazzino e lo stock non sono organizzati per cui è difficile sapere realmente cosa sia o meno presente; il personale sudanese è motivato, ma ancora con scarsa autonomia e capacità di responsabilizzarsi.
Tuttavia ci sostiene l'entusiasmo, ci dà forza la consapevolezza di costruire insieme alla popolazione locale questo nuovo paese che è il più giovane dell'Africa: si vorrebbe liberarlo dalla corruzione e dall'instabilità, garantire salute e istruzione, costruire scuole, strade, ospedali.


Ora che non c'è più la pace diventa maggiormente necessario impegnarsi per garantire sostegno e assistenza alla popolazione e agli sfollati del Sud Sudan.