TANZANIA

La quotidianità al Consolata Hospital di Ikonda

18 maggio 2017

di Barbara Greppi


Ripercorro una settimana vorticosa e densa, in cui in qualche modo, qui ad Ikonda, ho trovato una mia collocazione: sono sempre in reparto Uomini, però con un giovane medico tanzaniano, Nzoa. Nzoa è pieno di volontà ed entusiasmo, pronto a farsi in quattro per cercare soluzioni, con un senso dello humour assolutamente vitalizzante in un non luogo come questa realtà. Sa sicuramente molte più cose di me, ma come la maggior parte dei medici locali sembra troppo spesso procedere per tentativi invece che per ragionamento. Per ora, andiamo d’amore e d’accordo, io ragiono, lui interpreta, ogni tanto facciamo un po’ di confusione, ma in definitiva ce la caviamo.

Anche il personale infermieristico sta seguendo, l’apparente indifferenza iniziale si sta trasformando in un tentativo di attenzione ai pazienti che scalda il cuore. Certo, succede di arrivare la mattina e scoprire che un poveretto è morto, chissà perché e chissà quando. Però, il mio povero signor Y., abbandonato in ospedale dalla moglie con organi così vacillanti da chiedersi come faccia ad alzare un ciglio – lui però è convinto che il suo problema sia una minuscola ernia inguinale, e ce l’ha con noi perché non le diamo peso – viene impensabilmente accudito dal personale, che ha capito che altrimenti muore di fame.

Oscillo nel tentativo di capire se è più complicato fare diagnosi o elaborare una terapia: i pochi casi «semplici» interrompono una routine fatta di malati con tali e tante complicanze da rappresentare sfide davvero impervie, soprattutto vista l’esiguità dei mezzi (e siamo in uno dei pochissimi ospedali degni di questo nome del paese). Solo questa settimana, stiamo fronteggiando: 1) un poveretto in cui un cancro delle prime vie aeree è talmente avanzato che rischia di soffocare da un momento all’altro. 2) un paziente cui un batterio sta divorando il grasso sotto la pelle. 3) un altro paziente in cui la sifilide ha scavato osceni percorsi tra la vescica, la pelle e l’intestino… per non parlare dei pazienti con AIDS.

Per me, sono i casi più terribili: in Tanzania (penso lo stesso avvenga in tanti altri paesi in cui opera USAIDS), la gestione medica dei sieropositivi è erogata da appositi servizi territoriali, che devono provvedere a counseling, terapia con antiretrovirali, monitoraggio e quant’altro. Noi possiamo trattare solo le tremende patologie collaterali dell’infezione, per il resto dobbiamo «rimandare» il malato al suo servizio. E il paziente con ascesso cerebrale (giovane) ha dovuto andarsene, per ora non ha abbastanza soldi per pagarsi l’intervento chirurgico che lo guarirebbe, speriamo possa tornare presto, prima di complicanze irreversibili.

Questa mattina, in compenso, abbiamo riscontrato un fantastico successo terapeutico: paziente giovane, arrivato di notte (mi raccomando, in autobus da Mbeya, 6 ore traballanti, tanto per gradire), giallo come un limone (nonostante il nero della pelle, nessun dubbio possibile), stato di coscienza alterato, impossibile toccargli la pancia senza suscitare contorsioni e urla, quanto basta per correre in radiologia mettendo in preallarme una sala operatoria… meno male che abbiamo avuto il buon senso di mettergli un catetere vescicale! Una sana pisciata (quando ci vuole ci vuole), ed eccoci a tu per tu con un risuscitato giovane uomo, con l’epatite, sì, ma molto più di qua che di là.

Tra un caso e l’altro, Nzoa mi confida che vuol venire a Città del Vaticano, per visitare i musei con i manoscritti di Dan Brown… chissà, comincio a credere che esistano davvero, angeli e demoni! Ho fatto una passeggiata domenicale, incrociando un camioncino, di quelli aperti dietro, con sopra una buona ventina di ragazzi che cantavano benissimo, sprizzando allegria e festa. Peccato non avere avuto una telecamera. Era una scena straordinaria, per una volta piena solo di pace e armonia. E si sono anche sbracciati in grandi, calorosissimi saluti.