La guerra di Dorina

di Maresa Perenchio - volontaria CCM in missione in Uganda

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Oggi è morta Dorina. Aveva 32 anni. Nel 2003, durante la guerra, era stata colpita da una pallottola vagante alla colonna vertebrale che le aveva provocato una paralisi agli arti inferiori. Allora era una ragazza di 19 anni e viveva ad Atanga, un piccolo villaggio sulla strada di Kitgum (Uganda), zona di ribelli e di scontri con l’esercito governativo.

19 anni e già tre figli, come spesso capita da queste parti, il più piccolo di pochi mesi. Il padre, o i padri dei bambini, completamente assenti. Dorina, bella e intelligente, giorno dopo giorno cerca di tirare avanti senza progetti per il futuro, ma con la gioia di vivere e con l’orgoglio di avere tre bei bambini. La sua famiglia d’origine le dà una mano. Ignazio, il papà, è un catechista e Santa, la mamma, coltiva un pezzo di terra.

Come spesso succede, tutto si interrompe e cambia in pochi attimi. Una bella mattina di sole, andando al mercato, il bimbo piccolo sulle spalle e gli altri per mano, una pallottola vagante ed è fatto. La vita di prima è finita. Adesso ce n’è un’altra da vivere, e da morire.

Viene portata in ospedale, purtroppo non c’è molto da fare. Ricovero lungo, sofferenza e silenziosa disperazione. Non so quali fossero allora i suoi pensieri, forse c’era solo la speranza di sopravvivere per i suoi bambini.

Dopo il periodo critico e la dimissione dall’ospedale non si può tornare a casa. Come si può stare in una capanna con la schiena a pezzi, paralizzati, con il catetere e le piaghe da decubito? Fortunatamente c’è il St. Jude, l’orfanotrofio di Elio Croce che accoglie anche disabili che nessuno vuole. Dorina e i suoi bambini stanno lì per tre anni, fino al 2006. Dorina viene curata e le altre mamme le fanno compagnia e l’aiutano, i bambini più grandi possono frequentare la scuola. È un periodo in cui sembra riacquistare la voglia di vivere ed esprime il desiderio di ritornare nel suo villaggio con la sua gente.

Elio realizza la sua richiesta, le costruisce una casetta. Una casetta rosa, vicino alla strada principale. Dorina è contenta e al suo arrivo c’è quasi un comitato di accoglienza per darle il well came back. La sua casa è la più bella e la più comoda di tutte e diventa un punto di incontro per tutto il villaggio. Dorina riesce a fare piccoli lavori, impara anche a fare maglie utilizzando una macchina donatale da alcuni volontari.

Purtroppo però i suoi problemi di salute continuano, soprattutto infezioni urinarie e piaghe da decubito, ma questo non le impedisce di fare progetti e poi si sente aiutata da Elio che non l’abbandona ed è sempre pronto a soddisfare le sue richieste. Spesso anch’io vado con Elio a trovarla per portarle le cose di cui ha bisogno o anche soltanto per salutarla. Lei ci accoglie sempre con gioia e gratitudine. A volte ci aspetta in carrozzina con tutta la sua famiglia e agita le mani per salutarci, questo è un bel ricordo che ho di lei.

La ritrovo, tempo dopo, ricoverata in ospedale. Ha appena subito un intervento urologico per i suoi soliti problemi urinari. Sta molto male, il suo bel viso è contratto in una smorfia di dolore, non riesce neanche a parlare. Ha una estesa ferita all’addome coperta da uno spesso strato di garza dalla quale fuoriescono tre cateteri, due per l’urina e uno per il drenaggio. Ad assisterla, la mamma e la sorella.

I medici ci rassicurano che questo è il decorso normale dell’intervento, ma Dorina non reagisce, non riesce a nutrirsi, ha febbre alta e gli esami del sangue sono completamente sballati. Viene trasferita in rianimazione dove sembra riprendersi un poco. Al suo rientro in reparto le cose continuano senza grossi cambiamenti. Elio ed io, ogni sera, andiamo da lei sperando sempre in un suo miglioramento. Cerchiamo anche di nutrirla con alimenti speciali ipercalorici donati dall’Unicef e di solito riservati ai bambini malnutriti ed io, ogni mattina, le porto la scorta per la giornata.

Qualche volta mi guarda e accenna un gentile sorriso rispondendo con un filo di voce alla mia domanda “come stai?” con: “I’m fine”. Non sappiamo più cosa fare e ci sentiamo assolutamente impotenti. Intanto passano i giorni e la piaga da decubito formatasi nella regione sacrale continua a peggiorare. Una sera, dopo essere tornati dall’ospedale di Mathani, dove Elio si è recato a riparare un apparecchio radiologico, andiamo a vederla. È molto agitata, disperata, prende le mani di Elio e, con una voce straziante gli chiede di aiutarla perché sta morendo. Vuole tornare a casa, è stufa di lottare. Elio cerca di calmarla, dice una preghiera, l’accarezza dolcemente. Io, in fondo al letto, in silenzio, cerco di non piangere.  Cerchiamo la capo sala per controllare la terapia e per aumentare eventualmente la dose degli antidolorifici. Tutto sembra essere sotto controllo. Ci allontaniamo senza parole né commenti, fuori la notte è illuminata da una luna gigante e tutto è uguale. Vado a dormire e ascolto Keith Jarret che con il suo pianoforte riesce, a volte, a consolarmi.

Il pomeriggio seguente, mentre sono in un villaggio lontano a fare delle visite, Elio mi informa che Dorina è morta.

Mille pensieri mi assalgono insieme a un’infinita tristezza. Le vittime delle guerre, anche quando sopravvivono, sembrano non avere pace e le vite lacerate e distrutte sono ormai all’ordine del giorno, non fanno più notizia. Però, quando qualcuno di noi incontra una Dorina, la sua storia diventa anche la nostra storia e qualcuno la deve raccontare.

                                                                                          Gulu, Uganda dicembre 2016