BURUNDI

La continuità della cura per la salute dei più piccoli

5 giugno 2017

di Micol Fascendini


Da Mariette a Cartas, da Innocent a Beatrice: un viaggio di una settimana che mi ha permesso di attraversare il percorso di cura delle donne e dei neonati nella provincia di Cibitoke, in Burundi. Un viaggio che, grazie al prezioso supporto dell’equipe di progetto, ho percorso al contrario: dal punto più elevato del servizio sanitario alla comunità, nelle case di mamme e bambini.

Sono partita dal nuovissimo reparto di neonatologia che, grazie al supporto di FAI – Fondation Assistance Internationale, il CCM ha costruito nell’ospedale provinciale di Cibitoke. Sono certa che un neonatologo italiano lo troverebbe inappropriato e forse sporco, ma io da profana e con alle spalle anni di visite in ospedali rurali africani… lo trovo pulito e quasi in perfette condizioni.

Sarà che è appena stato costruito e che i servizi sono appena stati avviati (la nostra dottoressa Aline mi dice che la sfida sarà mantenerlo nel tempo!), ma credo che il merito sia piuttosto degli insegnamenti (e l’insistenza) di Aline stessa, di Andrea Bordigoni e di Giovanna Guala, i nostri volontari neonatologi che hanno accompagnato per qualche settimana l’avvio del reparto, e che spero abbiano lasciato un segno indelebile.

Porte e finestre sono rigorosamente chiuse, nel tentativo di tenere lontani polvere e insetti e limitare l’accesso alla folla dei parenti e dei non addetti ai lavori. E già questa è un’enorme conquista! Le mamme sembra abbiano capito come igiene e pulizia siano essenziali per la cura dei loro piccoli. Sembra… ma, come mi ricorda continuamente Aline, educazione e insistenza non sono mai abbastanza e il livello di igiene e pulizia raggiunto non è ancora sufficiente.

Sono venti i neonati ricoverati e occupano oltre l’80% dei letti disponibili. I bisogni in termine di salute neonatale – mi conferma il direttore dell’ospedale – sono immensi, e il nuovo reparto è un dono prezioso. La sala che mi piace di più, ovviamente, è quella della metodologia “mamma canguro”, dove i più piccoli sottopeso o nati prematuri trovano sostegno e cura sul petto della loro stessa mamma. Aline mi racconta che il metodo è ancora innovativo in Burundi, poche donne lo conoscono e stentano a credere ai loro occhi quando vedono i loro piccoli prendere peso nell’arco di qualche giorno o poche settimane. Le più entusiaste diventato ambasciatrici della buona pratica: sono loro che supportano e incoraggiano le nuove mamme a insistere e a seguire le istruzioni rigorosamente.


Dall’ospedale provinciale sono passata ai Centri di Salute, porta di ingresso delle comunità al servizio sanitario nazionale. I 143 operatori sanitari dei 16 Centri di Salute che sono stati formati nel corso del progetto (infermieri e ausiliari) hanno appreso le procedure per l’accoglienza del neonato alla nascita, la rianimazione neonatale, la cura del cordone ombelicale e l’allattamento esclusivo e precoce al seno. Informazioni e competenze essenziali per educare giornalmente le donne che entrano nel Centro di Salute per avere assistenza durante gravidanza e parto. Ma soprattutto, gli operatori hanno imparato a riconoscere e gestire i segnali di pericolo nei neonati. Non si arrischiano più a ricoverare un piccolo con febbre alta e difficoltà respiratorie, ma ne controllano la febbre con la prima dose di Paracetamolo e di antibiotico e lo riferiscono all’ospedale di Cibitoke, per una diagnosi, un trattamento e un monitoraggio più appropriati. Non è più necessario riferire i piccoli a Bujumbura, rischiando che la mancanza di mezzi e risorse impedisca alla famiglia di raggiungere la capitale. Ora un servizio di neonatologia è attivo anche nella provincia!

Accompagno Aline nel monitoraggio dei servizi. La revisione dei registri di cura mostra che il trasferimento dei piccoli è effettivamente avvenuto correttamente nell’80% dei casi: il sistema di riferimento, la continuità dei servizi tra centro di salute e ospedale, funziona davvero! Un primo grande successo… ma certo la formazione e supervisione tecnica del personale deve continuare.


La gioia e la forza maggiore me la danno però i gruppi di donne e gli agenti di salute comunitaria che garantiscono la continuità della cura dalla comunità verso il sistema sanitario. Partecipo ad una riunione di coordinamento dei gruppi di donne presso il Centro di Salute di Ndava. Sono un gruppo di 10 donne di età mista: qualcuna ha forse trent’anni, qualcun’altra arriva anche ai cinquanta. Rappresentano dieci organizzazioni comunitarie diverse, ma qui si riuniscono per un unico obiettivo comune: la salute di mamme e bambini. Gli animatori di comunità del CCM le hanno formate e hanno consegnato loro la cosiddetta Boite à Image, una cartelletta che contiene immagini e messaggi per guidare i loro incontri con le donne, nelle comunità e a domicilio.

Che forza che hanno le donne! Hanno assunto un ruolo importante nella comunità: parlano, discutono e soprattutto visitano e osservano. Incontrano le donne gravide e le incoraggiano a partorire in ospedale; vanno a trovare i piccoli nati e avvisano e chiamano un agente di salute comunitaria se identificano qualcosa che non va.

Eccolo, l’ultimo tassello della continuità di cura: l’agente di salute comunitaria! È stata una magia seguirlo per i sentieri di una delle colline intorno a Ndava. Lui con la sua borsetta, con i pochi strumenti essenziale di cura, e mille bambini che lo circondano e lo seguono per scoprire dove va. È scelto dalla comunità e per la comunità, e supporta spesso oltre 400 nuclei familiari. Secondo il protocollo stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e concordato con le autorità provinciali e distrettuali, ogni neonato dovrebbe ricevere almeno tre visite post-natali entro la prima settimana di vita. Un controllo su mamma e bambino che tutto proceda bene, che non si siano sviluppati segnali di pericolo e, soprattutto, un’opportunità per discutere con la mamma di allettamentoigienevaccinazioni e prevenzione. I dati di progetto mostrano che ormai oltre il 90% dei neonati del distretto riceve la visita domiciliare, un’occasione speciale – mi riporta la giovane mamma che mi accoglie in casa sua –che le permette di avere un prezioso supporto e aiuto nei giorni più critici di vita del suo piccolo.

Il primo cerchio si è chiuso! Con la forza delle donne, il coinvolgimento degli agenti comunitari, la competenza degli operatori sanitari e l’avvio di un servizio specialistico di neonatologia, so che contribuiremo davvero a ridurre la mortalità e morbilità infantile in Burundi.

Soprattutto, non dobbiamo demordere!