I traumi da strada.
Un problema emegente di sanità pubblica in Uganda 

Silvio Galvagno, vicepresidente CCM e chirurgo ortopedico, di ritorno dalla sulla ultima missione in Uganda

Abel Alier è un sudanese che arriva da Juba, sarà alto due metri, nero come la cenere dei Dinka.
Lo incontro una sera, all’imbrunire, quando la calura è meno soffocante e ne approfitto per uscire con Massimo, il pediatra del Lacor Hospital, per bere una birra e parlare della giornata passata in Ospedale. Siamo appena scesi dal poda-poda  la motocicletta-taxi fabbricata in Cina o in India, il mezzo di trasporto più a buon mercato per i poveri – quando Abel ci raggiunge e ci fa vedere il suo braccio destro, a penzoloni: muove la mano, ma è come se avesse alcune vecchie fratture che non sono mai guarite.
Abel ci mostra anche un foglio rilasciato dallo University Teaching Hospital di Juba che lo indirizza al Lacor: un viaggio di 6 ore in autobus dal confine sudanese. Gli segnalo l’ambulatorio ortopedico dell’Ospedale dove lo operiamo due giorni dopo: un lungo intervento con chiodo e innesto osseo. Abel se ne va contento, con il braccio al collo, stabile. Vorrei rivederlo al controllo, ma il mio mese di lavoro finisce prima…Sarà Chris, il clinical officer dell’ortopedia, ad aggiornarmi via mail sulle sue condizioni: sta facendo fisioterapia e sta recuperando la funzione del braccio e questo mi rassicura.

La breve storia di Abel Alier è solo un esempio per spiegare quanto sia importante l’ortopedia in quest’angolo di Africa dimenticata.
Da quando i cinesi stanno intervenendo per migliorare le strade - percorse non più solo da pedoni e biciclette ma anche da numerosi camion, auto e motociclette - gli incidenti, molti dei quali gravi, continuano ad aumentare. Se i morti di malaria, anche grazie alla diffusione delle cure nei territori rurali, sono in diminuzione, anche in Uganda è confermata una tendenza sempre più diffusa a livello mondiale, ossia che gli incidenti (stradali e non) rappresentano una delle prime dieci cause di morte o di disabilità. Secondo una stima del Department of Surgery di San Francisco, California (USA) il 38% dei malati chirurgici sono traumatizzati da strada.

Ed è così che il reparto della Chirurgia “due” del Lacor, che oramai chiamiamo “poda-poda ward”, ha decine e decine di letti occupati da fratturati, specie di femore, tibia, bacino, che spesso stanno in trazione con i pesi per due, tre mesi.
Si tratta per lo più di giovani adulti, che costituiscono la forza lavoro del Paese: sono le persone che portano a casa uno stipendio e permettono ai propri figli di mangiare e studiare. La politica dell’Ospedale è pertanto quella di operare il prima possibile per evitare tempi morti. Tutto a costo “zero” perché la sanità al Lacor è gratuita: non lo è a New York, negli Stati Uniti, ma lo è in questo angolo di giungla africana! Fino a quando, non lo sappiamo: certamente finché avremo persone dal cuore grande come i volontari e i donatori del CCM e della Fondazione Corti.
Ecco perché è nata la nostra squadra di ortopedici “attempati”, medici con una lunga esperienza che operano secondo la vecchia ortopedia e si rendono disponibili quando i bisogni sono tanti…
Ma occorre guardare lontano e adottare non la filosofia del pescare il pesce, ma dell’insegnare a pescare. Così ora abbiamo il Dr. Sylvester, ugandese, che ha iniziato la specialità in Ortopedia-Traumatologia a Kampala. Purtroppo, anche in questo caso, il budget per finanziare il progetto è alto e cerchiamo di risparmiare su tutto, a partire dalle attrezzature che spesso provengono dall’Italia, dove non sono più utilizzate anche se ancora valide.
Ma l’ortopedia è costosa e sono ormai molti i sudanesi del Sud Sudan che, come Abel, cercano cure al Lacor: circa sei ore di autobus dal Teaching Hospital di Juba.
Ce la faremo a offrire un servizio dignitoso, in questo mondo dove la povertà causa la morte di sempre più persone e dove le risorse sono sempre meno? Ecco la nostra sfida!

Silvio Galvagno