In gergo si chiama sostenibilità, io la chiamo soddisfazione.

Mamme e bambini curati. Parti cesarei garantiti. Chirurghi e ostetriche formati. Il progetto si chiude, ma a Filtu l’ospedale non si ferma. 

Di Alessandro Guarino, capo progetto CCM a Filtu

Garantire il parto cesareo a Filtu. Per tutte le donne che vivono nell’area, sia che ci siano nate sia che ci si siano ritrovate dopo esser sfuggite alla carestia che ha flaggellato la vicina Somalia nell’estate del 2011.

Riassunto in poche parole, sintetizzato all’essenziale e sfrondato da tanti tecnicismi, era questo l’obiettivo principale del progetto “Fostering health care for refugees and local community in Somali Region, Ethiopia” che si è concluso lo scorso 31 dicembre 2013, dopo tre anni dal suo avvio.

Facile? Se sei in Italia o in Europa forse sì. Non conosco le statistiche, ma credo che da noi in qualsiasi punto della penisola non si debbano percorrere più di 20 km di strada asfaltata per trovare un ospedale che pratichi il taglio cesareo. Che, in altre parole, vuol dire salvare la vita ad una mamma e ad un bambino. Né più né meno di questo.

A Filtu, nella parte più povera della regione più povera dell’Etiopia, ai confini con il caos della Somalia, non è così facile. Perché i pochi chirurghi che ci sono in Etiopia, a Filtu non ci vogliono venire e preferiscono (come dargli torto) le luci e le comodità di Addis Abeba o le lusinghe dei posti più gradevoli come Awasa o Bahardar. Ed anche perché per far arrivare i punti di sutura o gli anestetici ci vogliono almeno due giorni di viaggio su strade (strade?) dove si incontrano più camion ribaltati che camion in cammino.

E’ proprio per tutti questi motivi che il CCM è a Filtu e, nel 2010, ha chiesto il sostegno all’Unione Europea ed alla Cooperazione Italiana… per provare a far fare i tagli cesarei, e trattare ogni altra emergenza ostetrica, evitando alle donne di giungere fino a Filtu e ritrovarsi obbligate a percorrere altri 150 km per arrivare al prossimo ospedale, dove praticano il taglio cesareo ma parlano una lingua che non capiscono e le persone hanno colori e tradizioni diverse. Sempre che a quel ospedale riescano ad arrivarci in tempo.

Il progetto è terminato pochi giorni fa. Tanta fatica e tanto impegno da parte del CCM in Etiopia, grazie al quale per tre anni i parti cesarei, e ogni intervento di emergenza ostetrica e chirurgica, è stato trattato. Ma non solo quello. Rivedo tutti i numeri, i famigerati “indicatori”:  1332 interventi chirurgici di cui 415 di emergenza, 255 operatori sanitari formati fra i quali due medici, che per tre mesi hanno imparato a gestire le emergenze ostetriche, e 20 ostetriche, formate su come gestire i parti complicati. E poi il corso per spiegare alle ostetriche come far partorire per la prima volta una donna che ha subito mutilazioni genitali (cioe’ tutte le donne dai quattordici anni in su). E la clinica mobile, che ha portato cure e vaccinazioni in villaggi che distano decine e decine di chilometri di strade inesistenti dal più vicino infermiere: 160 “uscite” per dare cure e medicinali a 20.983 persone, in gran parte donne e bambini. E 17.341 vaccinazioni, 1.914 visite prenatali e postnatali.

E dopo i numeri rivedo le facce di quelli con cui ho condiviso le ansie, lo stress e la tensione di questi mesi trascorsi a Filtu: Osman, Desalegn, Melese, Stefania, Erica e tanti altri colleghi. I medici dell’ospedale e gli infermieri dei centri di salute. Le donne con i loro bimbi che ordinatamente aspettano il turno per la visita nei dispensari remoti. Il sorriso stanco delle donne dopo il parto all’ospedale.

L’ultimo volto che mi viene in mente, è quello che conosco di meno ma è quello che mi rende più felice. Il dr. Dagem, chirurgo, assegnato, grazie al lavoro del CCM, in pianta stabile all’ospedale di Filtu dalle autorità sanitarie regionali lo scorso dicembre. Dr. Dagem è colui che garantirà, grazie alla sala operatoria resa funzionante dal CCM, che i parti e le emergenze chirurgiche a Filtu saranno ancora gestite, anche adesso che il progetto e’ finito.

In gergo si chiama sostenibilità: il progetto finisce ma lascia qualcosa di duraturo, che continuerà anche dopo la fine del progetto stesso.

Io la chiamo soddisfazione.