Dietro gli aneddoti, tutto un mondo

La terza settimana di Barbara Greppi in Tanzania

29 maggio 2017

di Barbara Greppi


Beh, ecco un aneddoto degno di essere narrato: siamo dovuti intervenire d’urgenza per medicare una donna incinta. Tranquilli, per una volta nessuna patologia drammatica, o incurabile, o difficile da affrontare, o il morso di un serpente (ne ho già visti ben due – di casi, non di serpenti!). Si è trattato solo di una banale medicazione di un bracciomorsicato sì, ma da un’altra partoriente! Ecco la storia completa: le fortunate che riescono ad organizzarsi e a reperire i mezzi per partorire, hanno a disposizione qui un dormitorio con annessa cucina in cui aspettare il travaglio, momento in cui vengono propriamente trasferite in ospedale.

Il dormitorio è adiacente ad esso, una sistemazione perfetta. Il caso ha voluto, però, che finissero vicine di letto due gentili creature provenienti da due villaggi confinanti e in rapporti – come dire – piuttosto tesi. L’una avendo deciso di essere stata infamata dall’altra, si è prodotta in un bellicoso agguato con morso… È dovuto intervenire padre Tesha per separarle, e noi per medicare la morsicata. Poi avanti con tre ore di spiegazioni per calmare morsicata e morsicante, con annesso rimprovero sui possibili contagi dell’HIV (per fortuna, due sieronegative).

HIV, appunto, ecco un’altra storiella tragicomica: il signore con ictus emorragico di cui ho parlato nella nota precedente sta sopravvivendo (inutili i commenti su prognosi e qualità di vita), mirabilmente accudito dalla moglie scricciolo, che ha anche trovato i mezzi per trasferirlo in una stanza privata. È in stato vegetativo, ma indubbiamente vivo. La moglie scricciolo, con grande titubanza e chiaramente vergognandosi tantissimo, è venuta a chiederci se potevamo eseguire il test HIV sul marito! Abbiamo cercato di spiegarle che, semmai, avrebbe avuto senso fare il test su di lei, ma non c’è stato verso. Vorrei tanto riuscire almeno a intuire come e cosa questa donna stia immaginando, sull’HIV.

Aneddoti a parte, la settimana è volata. Ormai Nzowa ed io siamo un team affiatato. Abbiamo avuto un ingresso epidemico di cirrosi epatiche all’ultimo stadio (chissà perché tutte insieme); sono tutti uomini giovani (epatiti B o C), con una pancia simile ad un nono mese di gravidanza gemellare. Noi possiamo solo improvvisarci idraulici, drenare via qualche litro di liquido sieroso che immancabilmente si riformerà con feroce rapidità, riempirli di diuretici sperando di non scompensarli troppo, fare “counseling” e dimetterli. “Counseling“ – già – che poi consiste in un paio di pacche sulle spalle e comunicargli, in stanze perlopiù iperaffollate, che non possiamo fare di più e che la loro speranza di vita è ai minimi termini.

Nzoa, sensibile e intelligente, cerca almeno di mantenere un minimo di privacy, ma non sempre è cosa fattibile. Ieri, poi, si sono accumulate emergenze tali da farci dimenticare un poveretto in attesa di dimissione nella Examination Room (l’unica al riparo da orecchie indiscrete). L’abbiamo ritrovato dopo qualche ora, per fortuna addormentato sulla sua pancia, su una sedia di improbabile comodità.

A ricompensarci di una giornata tesa, e a giustificarci della dimenticanza, è arrivato il difficile recupero di un ragazzino entrato in coma iperglicemico. Aspra battaglia, ma ce l’abbiamo fatta. Ora sarà da sconfiggere l’infezione che ha svelato il suo grave diabete e, soprattutto, dovremo elaborare una gestione di questa infausta cronicità compatibile con la Tanzania.

A concludere la settimana, ieri è anche giunto un messaggero divino. Non sto scherzando: un aggressivo ragazzino ventenne, arrivato con segni inequivocabili di psicosi, ha annunciato di essere stato inviato da Dio per debellare l’AIDS. Magari!

Abbiamo passato vari giorni trepidando in apnea: finite le scorte di sangue, con un paziente ad alto rischio, in sospeso ormai da giorni, inoperabile per l’anemia. Finiti i farmaci antitubercolari, in un paese in cui si inciampa ogni due passi nella Tubercolosi. Come dice Nzoa, se gli antitubercolari sono finiti a Ikonda, vuol dire che mancano in tutta la Tanzania. Prima di dover fare scelte crudeli, Manuela, formidabile braccio destro di Padre Sandro, nonché farmacista, riesce a sopperire alle mancanze.

Un ultimo aneddoto: sono arrivati da qualche giorno altri due medici italiani. Pur essendo veterani, segnalano con una qualche apprensione l’avvistamento di una probabile iena nei paraggi delle nostre casette-alloggio.

Con buona pace di tutti, nella mia distrazione e incoscienza, “inciampo” poco dopo nella iena, lo spaventatissimo cane di un tecnico radiologo che abita subito fuori dal perimetro ospedaliero. Siamo diventati amici.