15 anni di Africa. Intervista a Maresa Perenchio, neuropsichiatra infantile e volontaria del CCM

Qual è stata la prima spinta che ti ha portata nel 1999 in Africa?

Mille ragioni, mille pensieri, nessuna risposta sicura. Motivazioni altruistiche e umanitarie, magari. Più semplicemente ed egoisticamente una fuga da vuoti dolorosi. Un desiderio di ritrovarsi in un mondo ed in modo diverso e dare un senso ad un quotidiano smarrito. Questo è stato sicuramente il motivo principale che mi ha portato a cercare una organizzazione che mi permettesse di fare il medico in una nuova realtà. Il CCM mi ha accolto, mi ha accompagnato, mi ha sostenuto inviandomi in zone  dove una neuropsichiatra infantile potesse essere utile. Una missione con connotazioni nuove, diverse. Occuparsi non dell’emergenze mediche e chirurgiche ma della disabilità e della salute mentale dei bambini. Una sfida nel 1999 quando le priorità erano altre. Ora l’OMS ha riconosciuto l’importanza della salute mentale soprattutto nei paesi a basso reddito e con la frase “No health without mental health” ha voluto porre l’attenzione sull’enorme peso che la patologia neurologica e psichiatrica ha nell’ambito dei sistemi sanitari. I bisogni che, fin da subito ho incontrato mi hanno confermato della necessità di interventi in questo settore perché la disabilità e l’epilessia nei bambini in  Africa ha delle percentuali molto più alte che nei paesi sviluppati. Come sempre la causa è dovuta principalmente alla povertà ed alle patologie ad essa correlate. Per questo non basta curare ma occorre ridurre le differenze tra il nord ed il sud del mondo.  

Cosa ti spinge ogni volta ancora oggi a partire?

Per ritrovare le emozioni, i colori, i volti, i sorrisi, i cieli, gli spazi immensi, i tramonti. Per mettermi in gioco, per sperimentare i miei limiti, per darmi un tempo dilatato in cui vivo il qui ed ora senza rimpianti per il passato e  ansie per un futuro che forse non esiste. Perché l’Africa mi ha insegnato che posso fare a meno di tante cose che mi sembravano essenziali e mi dona una libertà di vivere e di essere me stessa. e poi forse perché là qualcuno mi aspetta e si aspetta qualcosa da me. 

Cosa è cambiato dalla tua prima missione in Uganda nel 1999 alla tua ultima missione in Uganda oggi?

Non c’è più la guerra. Una guerra iniziata nel 1986 dal LRA (Lord Resistence Army) che per  20 anni ha apposto Acholi ad Acholi diffondendo paura ed odio all’interno della stessa etnia ed ha avuto come principali vittime i bambini. Bambine e bambini, rapiti, stuprati ridotti a schiavi e costretti a diventare bambini soldato ed a uccidere i loro stessi genitori, amici e fratelli per recidere ogni legame familiare e per non essere uccisi. Bambini a cui è stata sottratta l’infanzia e che ha lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche. I numeri di questa lunga guerra sono spaventosi 25.000 bambini rapiti, 2 milioni di persone cacciate dai loro villaggi e  costrette  a vivere in  243 campi profughi, mezzo milione di vittime. La guerra ha distrutto completamente il tessuto economico e sociale del Nord Uganda e il ritorno alla normalità è stato difficile e complesso e non è ancora terminato. La maggior parte della popolazione ha però fatto ritorno ai villaggi di origine o si è stabilita nei nuovi insediamenti sorti nella città di Gulu, la capitale del nord Uganda  che ha ormai raggiunto i 150.000 abitanti ed è diventata la seconda città del paese. Per questo ogni volta che torno la trovo diversa: le capanne con i tetti di paglia stanno lasciando il posto a nuove costruzioni, i fatiscenti vecchi edifici coloniali  iniziano ad essere  restaurati, le maggiori banche del paese hanno aperto filiali e, nell’ultimo decennio sono passate da 2 a 15. Anche gli alberghi sono più numerosi e addirittura è stato aperto un Centro Commerciale pieno di cose e di merci per la maggior parte  provenienti dalla Cina e dal Sud Africa, pochi sono i prodotti locali.  Il traffico è decisamente aumentato, ci sono più auto, più matatu e soprattutto più boda boda che è il mezzo di trasporto maggiormente utilizzato in città. Sono invece decisamente diminuite le jeep delle organizzazioni umanitarie che erano presenti durante il periodo della guerra e che sfrecciavano con le loro bandiere al vento e le loro scritte sulle fiancate. E’ finita l’emergenza e il nord Uganda ormai non è più un buon business. Il cambiamento è poi particolarmente visibile dall’abbigliamento e dal comportamento  della gente soprattutto da quello delle ragazze e dei ragazzi. Molti ora indossano i jeans,  portano le scarpe e utilizzano il telefonino. Questa è stata sicuramente una rivoluzione. In questi territori in cui la telefonia fissa non è mai esistita il passaggio alla telefonia mobile è stato velocissimo e sono presenti in Uganda molti gestori che offrono i loro prodotti. Il cellulare ha modificato radicalmente la modalità di comunicare soprattutto qui dove le distanze sono enormi e le strade inesistenti o difficilmente percorribili. Inoltre viene molto utilizzato per il trasferimento di denaro. E’ una operazione molto semplice che richiede pochi secondi e può essere effettuata in uno dei numerosi punti segnalati dai gestori. Questo permette di far arrivare soldi a figli o parenti lontani a costo zero e  senza la necessità di aprire conti in banca. “L’Africa è in movimento ed ha il cellulare in mano”

Sicuramente c’è quindi un grande cambiamento socio culturale e una ripresa economica, inoltre le prospettive di sviluppo sono state completamente modificate dalla scoperta dei giacimenti di petrolio sul Lago Alberto. Da allora sono iniziati degli investimenti infrastrutturali con il ripristino di ferrovie e sistemazione di strade di grande percorrenza effettuata da imprese cinesi. Fino a questa scoperta l’Uganda era una economia prevalentemente agricola e per ora continua a rimanere tale anche se, nel Nord la permanenza prolungata nei campi profughi non ha permesso la coltivazione della terra e deve quindi essere ricostruito un tessuto agricolo sostenibile. La terra poi è diventata oggetto di speculazioni da parte di multinazionali europee e internazionali che acquistano interi territori a prezzi bassi e anche di rivendicazioni  della popolazione locale rispetto ai diritti di proprietà.

Purtroppo però la ripresa non ha avvantaggiato la popolazione perché i prezzi sono aumentati ed il livello di povertà è rimasto invariato.  Il 35% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno ed il paese  è posizionato al 161° posto su 187 paesi nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite. Secondo poi una indagine nazionale (Uganda Bureau of Statistics) nel nord del paese il 20% della popolazione consuma un solo pasto al giorno, solo l’ 1,7% ha la luce elettrica in casa, il 17% dei bambini è orfano di uno o entrambi i genitori, il 34% dei bambini tra 5 e 11 anni lavora e il 43% è considerato vulnerabile in quanto non frequenta la scuola o ha responsabilità da adulto come quella di gestire un nucleo familiare: “bambini capo famiglia”

Nonostante il permanere del disagio e della povertà, le condizioni sanitarie stanno però  migliorando gli ultimi dati dell’Ospedale Lacor lo dimostrano.  Il Reparto Malnutriti è stato chiuso ed i relativamente pochi casi ancora presenti sono ricoverati in Pediatria che non è più sovraffollata come negli scorsi anni soprattutto per la riduzione dei casi di malaria, un effetto positivo delle campagne  per l’utilizzo delle zanzariere. I pazienti ambulatoriali sono diminuiti per la riapertura degli “Health Center” nel territorio. La mortalità materno infantile si è ridotta, anche se continua ad essere alta (su 10.000 nascite muoiono in media 43 madri in Uganda contro 0,5 in Italia) perché c’è un aumento dei parti in Ospedale più di 6.000 l’anno  e recentemente, al Lacor, sono state inaugurate nuove case per le mamme in attesa. Un alloggio gratuito durante le ultime settimane di gravidanza in un ambiente protetto.  Il tasso di infezione da HIV è stabile con un indice di prevalenza del 6,3%. Sono però aumentati drammaticamente gli incidenti stradali dovuti alla diffusione del trasporto con motocicli.

Quindi ci sono dei segnali positivi anche perché qui la popolazione è la più giovane del mondo con più della metà dei suoi cittadini inferiori a 18 anni e dopo 20 anni di conflitto,  ognuno vuole dimenticare il passato e costruirsi una nuova realtà. I cambiamenti però sono spesso difficili e pericolosi e rischiano di cancellare la propria cultura e tradizione. Speriamo che questo non accada e che il progresso  riduca la povertà e le differenze.

Leggendo alcuni episodi che racconti nel tuo libro, ti chiedo: come è possibile affrontare le difficoltà e il dolore che hai incontrato in Africa senza perdere la speranza? Ci si “abitua” a quel dolore, o è un bene non “abituarsi”?

 Il dolore e le difficoltà fanno parte di ogni vita, in Africa sono vissuti in modo diretto, naturale, con dignità e rassegnazione ma  senza perdere mai la speranza. Per noi le cose sono più difficili. Inizialmente sembra intollerabile tutta questa sofferenza e ci si sente colpevoli di avere tutto, di stare bene, di essere nati in un posto diverso e di vivere in un luogo sicuro. Si scappa oppure si lascia che la commozione ci invada. Si sperimenta continuamente l’impotenza di cambiare le cose e ci si chiede il senso di essere qui. E’ una esperienza durissima che cambia il nostro modo di essere e viene vissuta dalle persone in modo diverso. Qualcuno non tornerà mai più, altri, come me continuano a venire per condividere, per “testimoniare la speranza” imparando da loro che è possibile sopravvivere in situazioni estreme con coraggio e  antica saggezza. Un triste episodio a cui ho assistito pochi anni fa conferma le mie parole. Ospedale Lacor, pomeriggio inoltrato, sto accompagnando una nuova volontaria a visitare i diversi padiglioni. Il reparto malnutriti è molto affollato e le infermiere stanno distribuendo il latte. Una donna esce portando una stuoia in braccio. Nella stuoia c’è il suo bambino morto. La mamma ha uno sguardo spento, fiero, indomito. Un boda-boda (moto-taxi) l’aspetta per portare lei ed il suo bambino a casa.  Sale con qualche difficoltà e parte salutandoci  con un triste sorriso. Noi   restiamo senza parole con le lacrime agli occhi.

Quali sono i passi che si possono intraprendere verso un miglioramento delle situazioni che hai affrontato nella tua esperienza di volontaria, e che hai descritto anche nel tuo libro, fino alla loro risoluzione?

Non esistono ricette e forse è vero, come ha detto Daniele Comboni, che l’Africa deve salvare l’Africa. Noi dobbiamo rispettare i loro tempi di cambiamento, abbiamo già fatto in passato troppi danni con l’idea di esportare i nostri modelli culturali e di sviluppo economico e sociale. Possiamo testimoniare, condividere, portare le nostre competenze, se sono sostenibili, con rispetto ed umiltà. In questi anni ho capito che non serve a nulla creare eccellenze che non diventino un  patrimonio accettato e condiviso. Occorre procedere con loro per costruire un sapere comune in cui ognuno porta con pari dignità le proprie differenze.

C’è una storia, una vita, tra i disabili fisici e psichici con cui hai deciso di lavorare, che vuoi raccontare e che ritieni fondamentale per la tua esperienza come volontaria?

Ho sentito tante storie ed ho incontrato tante vite, difficile fare una scelta perché ognuna di queste ha destato emozioni e coinvolgimenti intensi.  Forse però ci sono due storie che hanno segnato in maniera indelebile la mia esperienza africana. La  prima, avvenuta all’inizio del mio percorso e la seconda nell’ultimo mio soggiorno. Entrambe, a 14 anni di distanza, mi permettono di valutare i risultati del mio lavoro e di trovare un senso al mio ritornare.

Ho conosciuto Ocan nel 1999. Elio il missionario comboniano che è stato e continua ad essere il mio riferimento per la sua bontà ed il suo impegno rispetto agli “ultimi” mi portò a visitarlo in un villaggio. Ocan era un giovane ragazzo con una grave lesione alla colonna vertebrale provocata da una caduta. Era rimasto paralizzato, tetraplegico, riusciva solo a comunicare con lo sguardo. Nella sua buia capanna giaceva, ricoperto da un lurido lenzuolo,  su un letto basso costruito con dei tronchi e riuscivo a scorgere solo i suoi occhi che spiccavano nel buio per il loro biancore. Accanto a lui c’era una donna di età indefinibile che teneva gli occhi chiusi, la zia di Ocan cieca, l’unica che poteva assisterlo. Le sue condizioni erano spaventose, era pieno di feci e di urina, piaghe da decubito da cui emanava un odore insopportabile e uno stato di malnutrizione grave. Fu una delle prime volte che sperimentai la disperazione per la mia impotenza e poi la vergogna e la rabbia rispetto alla insopportabile differenza tra le possibilità di cura nei nostri paesi e quelle nel sud del mondo. Cercai di fare quello che potevo facendomi forza e con le lacrime agli occhi. Poi pensai che non potevamo lasciarlo lì, che sarebbe morto tra poco tempo che occorreva organizzare qualcosa di diverso. Fu per questo che pensammo con Elio di costruire una struttura in cui accogliere le persone come Ocan che erano sole, che non avevano assistenza e che ormai non c’erano speranze di guarigione,

E’ nata così “La Consolation”. Una serie di case famiglia vicino all’Orfanotrofio di St. Jude dove sono ospitati attualmente 39 bambini disabili accuditi da una mamma.

Ocan  è morto da qualche anno. Ma nell’ultimo periodo della sua vita è stato nutrito, curato, amato ed i suoi occhi erano sorridenti e grati.

La seconda storia è recente, Novembre 2013. In questa mia ultima missione ho fatto numerose visite nei villaggi dove ogni mese la gente aspetta il nostro arrivo per essere curata, per ricevere i farmaci, per avere un aiuto economico attraverso il microcredito. Nel villaggio di Awer ho incontrato un bambino nuovo che non conoscevo. Brian. 4 anni accompagnato dal suo papà. Brian ha un idrocefalo ed una spina bifida dalla nascita, ha un testone enorme, difficoltà a camminare e profonde piaghe da decubito. Il papà non riesce a seguirlo perché ha altri 6 figli e la moglie lo ha lasciato. Ci chiede di aiutarlo prendendoci cura del bambino anche solo per il periodo necessario a far guarire le sue piaghe. Brian viene con noi, con uno sguardo triste e precocemente invecchiato ma il papà lo rassicura, tornerà a prenderlo presto.  Ecco la Consolation è un luogo che permette di risolvere con tempestività situazioni come queste dando un aiuto ed una assistenza a bambini che non hanno nulla. Forse l’aver contribuito parzialmente  alla costruzione di  tutto questo mi consola rispetto a quello che non sono riuscita a fare.

Perché hai scelto di scrivere un libro sulle tue  esperienze come volontaria in Africa?

Per non dimenticare, per raccontare, per rivivere una esperienza forte e coinvolgente, per comunicare a chi ti vuole bene i pensieri e le sensazioni. Lo scrivere il libro è stato faticoso e bellissimo allo stesso tempo. E’ stata una gestazione durata un anno con un impegno quotidiano, con la testa “rimasta altrove piena di pensieri lontani” (come dice il mio caro Pino nel suo libro “Africa malata”). Non riuscivo e non volevo finirlo avevo paura di lasciarlo e di sentirmi sola, come fosse un figlio ancora incapace di camminare con le proprie gambe. Eppure è solo un piccolo libro senza pretese ma in cui ho messo con sincerità una parte di me.