AIDS: specchio delle società


L’Aids – si sa – è una malattia che si trasmette oggi perlopiù attraverso rapporti sessuali penetrativi non protetti. Questa sua particolare e quasi esclusiva modalità di trasmissione fa dell’Aids una malattia prima di tutto “sociale”, uno specchio che riflette le criticità, le problematiche e le difficoltà di ogni contesto in cui è diffusa.

Non è un caso che la 22esima conferenza internazionale sull’Aids – che la settimana scorsa ha riunito esperti del mondo medico, scientifico e politico ad Amsterdam – abbia scelto come titolo Breaking Barriers, Building Bridges. Sì, perché per sconfiggere l’Aids, ad oggi, occorre innanzitutto abbattere le barriere sociali che si chiamano “discriminazione”, “violenza”, “marginalizzazione”, “cecità politica”, “povertà”, “disparità di genere”, ”guerra”.

Le stesse barriere che incontrano anche i nostri operatori sanitari che lavorano in Africa, specificamente nell’Africa Sub-Sahariana, dove la diffusione dell’Aids è legata in modo stretto alla situazione politica, sociale ed economica dei paesi. Nel Corno d’Africa e in quella meridionale vive il 53% dei malati di Aids, ed è qui che si è registrato il 45% delle nuove infezioni da Hiv nel 2017 (dati Unaids, Global Aids Update 2018).

Aids e disparità di genere in Africa Sub-sahariana

Secondo l’ultimo rapporto stilato dallo United Nations Programme on HIV and AIDS a preoccupare maggiormente in questi paesi è la profonda disparità di genere che le donne e le ragazze subiscono quotidianamente e che è alla base della larga diffusione qui dell’Aids.

Violenze sessuali, perpetrate anche in ambienti domestici e da partner intimi, insicurezza alimentare, povertà e politiche che limitano invece di favorire l’accesso ai servizi di cura e prevenzione sono gli anelli di una catena che fa sì che per ogni 3 nuove persone infette di sesso maschile, ci siano 7 nuove persone infette di sesso femminile.

Una sproporzione che sottende tutta la debolezza della popolazione femminile  africana e che è evidente, oltre il dato statistico, a chi lavori direttamente nelle comunità africane più povere. Una sproporzione sulla quale abbiamo anche noi disegnato la nostra strategia operativa a contrasto dell’Aids in Sud Sudan, Etiopia e Kenya, dando precedenza alla prevenzione dell’HIV nelle donne in età fertile, aumentandone la consapevolezza sulla malattia, promuovendo l’uguaglianza di genere e prevenendo la trasmissione del virus dalla donna infetta al suo bambino.

In Sud Sudan, nelle strutture sanitarie, le donne sono invitate dagli operatori ad aderire al controllo volontario tramite sedute di counseling individuale pre-test e post-test Hiv. Durante le sedute, oltre ad informazioni utili sul virus, viene fornito anche supporto personale emotivo ed eseguito il test.

Discriminazione, violenza, marginalizzazione, povertà e disparità di genere sono barriere ben presenti anche in Italia, dove nel 2017 il numero di malati di Aids e di nuove infezioni da Hiv è rimasto sostanzialmente invariato. Gli ambiti sui quali c’è ancora molto da lavorare restano da noi il contenimento delle nuove infezioni sia tra i migranti che tra i giovani italiani e la promozione delle competenze digitali in ambito di salute: settori nei quali siamo attivi con progetti mirati sul territorio.

I miglioramenti rallentano

Se l’Aids in Africa Sub-sahariana è lo specchio degli innumerevoli problemi sociali ed economici, lo è però anche dei miglioramenti che sono stati fatti fino ad oggi. Il numero di nuove infezioni da HIV è infatti diminuito del 30%, mentre i decessi riconducibili al virus sono calati del 42% (Unaids Global Aids Update 2018.

Lo sviluppo dei servizi di salute e il lavoro della cooperazione sono alla base di questi ottimi risultati, che però hanno subito un’inflessione dovuta – fanno sapere da Amsterdam – ad un netto calo degli investimenti da parte della comunità internazionale, pericoloso per il rischio di un nuovo aumento nella diffusione dell’HIV.