Cosa significa impegnarsi come operatore sanitario in Sud Sudan
di Cristiana Lo Nigro, membro del Gruppo Amici di Nanni e biologa dell'Ospedale Santa Croce di Cuneo. E' stata in missione in Sud Sudan già diverse volte.
Si è formalizzato da allora un gemellaggio attivo tra il CCM in Sud Sudan e l'Azienda Ospedaliera Santa Croce di Cuneo, nel ricordo di Nanni.
Tra le iniziative ricordiamo gli spettacoli organizzati da un gruppo di medici, infermieri e amministrativi dell’ospedale nel contesto della Fiera della Provincia Granda, ma anche presso il Teatro dei Salesiani a Cuneo con la finalità sia di sostenere le missioni di volontariato in loco dei suoi professionisti, medici, biologi e tecnici sia di raccogliere fondi per gli ospedali rurali del Sud Sudan, a Rumbek, Billing e Adior. Ospedali che si trovano in aree remote, difficilmente raggiungibili a causa delle distanze e della mancanza di una rete stradale, abitate in prevalenza da pastori seminomadi con una attività agricola di sussistenza.
Gli ospedali sono nati con la partecipazione diretta delle comunità locali che li ha costruiti con tecniche rudimentali e in materiale povero del posto. Hanno tuttora una forte matrice comunitaria e sono espressione di processi di autosviluppo fondati sulle tradizioni e sulla saggezza popolare. Il personale medico italiano volontario, che vi si reca in missione, è coadiuvato da personale del posto. È parte essenziale del programma, infatti, formare personale locale, composto sia da medici che da infermieri qualificati ed ausiliari.
Negli anni è aumentato il numero di medici, infermieri e squadre di tecnici del Santa Croce, animati dal desiderio di aiutare non solo prestando là la loro opera, ma e soprattutto di trasmettere conoscenze per formare medici e figure professionali, in una realtà in cui è più che mai fondamentale l’applicazione del proverbio cinese che dice: donando un pesce è possibile risolvere il problema della fame di un giorno, insegnare a pescare risolve il problema della fame per tutta la vita.
LE PERLE DELL’AFRICA
Ho trovato Bukuna in un lettino di uno dei tanti ospedaletti africani che ormai da anni sono abituato a frequentare: uno scricciolo di bambina di un paio di anni, due occhi grandi da cerbiatto spaventato, ciglia lunghe girate in su, bellissime che nessun truccatore da noi potrebbe fare di meglio. Bukuna è una dei tanti bimbi che ancora oggi appartengono al mondo dei vinti, un uccellino indifeso, fragile che la Natura ha creato con cura, ma la povertà e l’ignoranza rendono precario.
Viene portata d’urgenza di sera dalla mamma, una giovane ragazza samburu bellissima avvolta nelle sue stoffe colorate, collane di perline in testa e al collo. Bukuna non respira più, grosse tumefazioni di linfonodi al collo la stanno soffocando. Una tracheostomia d’urgenza, di notte, con infermieri non preparati, attrezzatura raffazzonata: è un’impresa anche per un “vecchio” d’Africa: il sudore, lo stress, l’ansia che la bimba smetta di respirare di colpo; le mosche samburu abituate a convivere con gli umani non si muovono neanche se le schiacci.
Nassir, il medico africano, lavora con calma, abituato a queste urgenze, forse anche con un briciolo di fatalismo e alla fine riusciamo a posizionare la cannula in trachea, e Bukuna riprende a respirare gocciolante di sudore, gli occhi enormi spaventati. Mezzora è sembrata un’eternità.
E il giorno dopo nella piccola “intensive care unit”, oltre a Bukuna, scorgo Sylas, un piccolo samburu di poco più di un anno: un morso di serpente (red cobra) al collo, mentre dormiva in capanna qualche giorno prima: sta meglio ed è pronto a ritornarsene a casa con la madre. E infine Jannet, ragazza di circa 20 anni, gravemente ustionata: epilettica caduta nel fuoco in capanna almeno 15 giorni prima. E’ una sofferenza ogni volta che la medichi; abbiamo bisogno di sangue per poterla operare e fare i trapianti di pelle. La madre ci offre il sangue del cammello: ringraziamo ma le spieghiamo con calma che non possiamo accettare.
Vicino al piccolo ospedale
All'Unitre di Arenzano (Ge) il CCM è intervenuto su
LA SALUTE DI MAMMA E BAMBINO
nei Paesi a Basso Reddito
Ortensie, rose, iris, fresie, ed ancora tulipani, ranuncoli, lillà. Fiori ed esplosioni di colori sulle tele che accompagnano ogni composizione floreale. Ed ancora nel parco di Villa Cambiaso macchie di colore con tanti fiori in mostra. Bellezza!
Con queste immagini negli occhi sono entrata nell’aula di Villa Mina in compagnia di care amiche. Quale altra bellezza qui ho trovato! La bellezza degli occhi dei bimbi e delle donne africane del Sud Sudan.
Conoscevo già il professor Giuseppe Meo e alcuni medici della ONG CCM (Comitato Collaborazione Medica), ma non l’avevo mai sentito raccontare alcuni episodi che ha vissuto in 40 anni di volontariato.
Ma andiamo con ordine: la conferenza dedicata al tema della mortalità delle donne da parto e dei bambini in età infantile nei paesi sottosviluppati, tra questi uno dei più poveri il Sud Sudan, ha avuto come moderatrice Fabia Binci, la quale ha sostituito con delicata sensibilità, Tarcisio Mazzeo, giornalista
Con la mia passione per la ricerca e il mio entusiasmo per ogni singola piccola conquista o nuova possibilità intuita, non ho mai invidiato un medico o un’infermiera per la loro professione, che pure rispetto e avverto come assolutamente necessaria.
Durante i giorni che ho condiviso con Zelda, Ornella, Guido, Alberto, Ambrogio e Umberto, in missione chirurgica nell’ospedale del CCM (Comitato Collaborazione Medica) a Bunagok, in Sud Sudan, ho, però, invidiato l’immediatezza del loro intervento e il loro autocontrollo, che non permetteva cedimenti. Sono persone di questa grande qualità umana e a loro che ho chiesto quali ragioni li spingano ad andare in un paese come il Sud Sudan, una delle regioni più martoriate
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