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Il
Sudan occupa il 138° posto su 175 paesi sottoposti a misurazione
dell'Indice di Sviluppo Umano nel Rapporto sullo Sviluppo Umano
dell'UNDP del 2003.
Con i suoi 2.500.000 Km² di superficie, il Sudan è
il più vasto paese africano (1/10 dell'area totale dell'Afirca)
con un nord desertico e un sud tropicale. La popolazione si aggira
intorno ai 32,2 milioni di abitanti, con un tasso di crescita
del 1,8 per cento all'anno. La densità complessiva è
di circa 10 persone per Km², ma la distribuzione è
poco equilibrata, essendo la popolazione concentrata solo sul
15% del territorio totale. La popolazione è principalmente
rurale e in piccola parte nomade. Dopo
essere stato di fatto una colonia inglese, il Sudan divenne indipendente
nel gennaio 1956. Fin da allora la sua storia è stata segnata
da violenti conflitti interni: il potere politico è da
sempre monopolio di un élite arabo-musulmana del Nord,
mentre gli altri gruppi etnici e religiosi, in particolare le
popolazioni animiste e cristiane del Sud, sono privi di potere
sia politico che economico. La guerra civile tra questi ultimi
e i musulmani del Nord si protrae così da quasi mezzo secolo,
se non si considera un decennio di tregua instabile negli anni
'70. La guerra ha causato 2 milioni di morti e 4 milioni di profughi,
diventando così non solo la più lunga guerra dell'Africa,
ma anche la più sanguinosa calcolando la percentuale delle
vittime sulla popolazione totale. Alla
base della guerra tra il governo di Khartoum e gli indipendentisti
del Sud, organizzati nell'Esercito di Liberazione Popolare (Spla),
non vi sono solo ragioni politiche, derivanti dalle contrapposizioni
etniche, culturali, linguistiche e religiose, ma anche economiche
quali l'occupazione delle terre più fertili e il controllo
delle acque del fiume Nilo e l'accesso alle risorse, in particolare
quelle petrolifere.
E’
del 9 gennaio 2005 la firma da parte del governo di Khartoum e
del Movimento Popolare di Liberazione del Sudan di un accordo
di pace a conclusione di una trattativa iniziata nel 2002 con
il patrocinio di Italia, Gran Bretagna, Norvegia e soprattutto
Stati Uniti.
Il cosiddetto “Accordo globale di pace” sigla, sperailmente,
la fine del lunghissimo conflitto civile cominciato nel 1955,
alla vigilia dell’indipendenza dalla Gran Bretagna e dall’Egitto,
interrotto nel 1972 e ripreso fino ad ora nel 1983.
E’ previsto un semestre pre-transitorio all’insegna
di una costituzione provvisoria che contempla un’ampia autonomia
del Sud, la ripartizione delle risorse e del potere e la composizione
di governo interinale di unità nazionale.
Seguirà un periodo di transizione di 6 anni, al termine
del quale (luglio 2011) le popolazioni meridionali sceglieranno
con un referendum se il Sud Sudan dovrà diventare una Regione
autonoma all’interno di uno stato unitario oppure uno stato
indipendente.
L’accordo di pace si definisce globale “(comprehensive”),
ma non affronta la crisi del Darfur. Questa ha dominato la scena
politica Sudanese nel 2004, con una eco mediatica e diplomatica
di grande rilievo. Dal febbraio 2003 due movimenti ribelli, espressione
delle popolazione “africana” dedita all’agricoltura,
sono in guerra contro le milizie “arabe” armate dal
governo centrale ed espressione delle comunità pastorali
seminomadi. Le parti in causa sono entrambe musulmane e fattori
religiosi, etnici e culturali non sono alla radice del conflitto,
che è causato dal controllo delle terre e delle limitate
risorse idriche della zona.
La crisi del Darfur è stata definita dal Congresso americano
un “genocidio”, ma la Comunità Internazionale
ha scelto di ignorare tale definizione, che le imporrebbe di “intervenire”
in base alla Convenzione delle Nazioni Unite del 1951. Kofi Annan
la ha definita “la più grave crisi umanitaria del
momento”. Nel frattempo uccisioni e violenze continuano.
Oscurano la pace altre grosse incognite quali la legittimità
del governo di Khartoum e la reale unione delle forze del Sud,
molte delle quali escluse dagli accordi di pace.
Inoltre, la pace firmata il 9 gennaio scorso ha creato nel popolo
sud sudanese l’ambizione di partecipare attivamente e personalmente
alla nascita della società civile del “New Sudan”,
il Sud indipendente che sta per nascere. Questo risveglio di coscienza
civica legato al ritorno in patria di decine di migliaia di profughi
è così eclatante da essere riportato dai media internazionali.
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